invidia

Brutta cosa, l’invidia.

Brutta cosa, l’invidia. L’atteggiamento sospettoso, livido e rancoroso di chi non
riesce ad accettare che il mondo possa essere popolato anche da milioni di altre persone più belle, più intelligenti, più giovani, più amate, più colte o empatiche di come ti vedi tu. In televisione e nella politica di gente così ne sto incontrando e sentendo tanta. Il dramma è quando inciampi in queste persone anche nella tua vita privata, nell’amicizia o sul lavoro. In quel caso è inutile, secondo me, ricorrere alle buone maniere, bisogna dare battaglia senza esclusione di colpi. Bisogna mettersi sullo stesso piano e parlare lo stesso linguaggio di chi ci si sta mettendo contro a gamba tesa. Io, per esempio, lo stavo dicendo prima a una mia amica, ho sempre avuto un grandissimo rispetto per il lavoro delle mie colleghe. Posso stimarne alcune più di altre, questo è normale, soprattutto se ne conosco il vero volto al di là di come si pongono in video. Ma la correttezza, nel mio ambiente, l’ho sempre praticata, cosa che spesso non è stata fatta nei miei confronti. Livia ha 44 anni, un percorso in un’azienda di tessuti che l’ha portata ai vertici, e una famiglia che si stava sfasciando per colpa di pettegolezzi che hanno invaso i corridoi e le “stanze” che contano. “Tempo fa è stato preso in prova da noi, come mio collaboratore, un ragazzo che ci era stato presentato dal vice direttore come bravissimo. Ed era vero. Un grande lavoratore e un professionista serio. Insieme abbiamo cominciato a rimettere le mani su situazioni che erano state lasciate andare per l’imperizia e l’incuria di alcune persone, fra cui una signorina che, appena arrivato, non gli ha fatto nemmeno varcare la porta degli uffici, che già gli aveva messo gli occhi addosso. Gli lavorava ai fianchi, si presentava tutte le mattine con ciambelle o crostatine bio sulla sua scrivania, cercava di togliermi il lavoro dalle mani insinuando che io avessi fatto carriera grazie a chissà chi, che lui era stato chiamato perché io, da sola, non ero in grado di smaltire gli arretrati, e che la direzione, con il suo arrivo, aveva deciso che la presentazione dei nostri prodotti nelle altre città dovesse avvenire in giornata, andata e ritorno, per evitare chiacchiere con pernottamenti inutili. Una continua guerra fredda, il bisogno di screditarmi, portando avanti una verità che aveva in testa solo lei. Non capivo il perché volesse farmi terra bruciata intorno. Una sera, per mettere fine a tutto questo, l’ho invitata a cena da me e mio marito. E con lei ho invitato anche lui e altri colleghi della mia azienda. Pensavo che, vedendo la mia realtà familiare, si placasse. Invece ha passato tutto il tempo a fare le foto dei commensali e della mia casa con il suo cellulare. E la mattina dopo, senza chiederci il permesso, ci ha sbattuti tutti su Facebook. Scrivendo nel post, sotto una foto mia e di mio marito, che eravamo una bella coppia, ma da tenere d’occhio. “Troppo carino il nuovo collaboratore di lei…”. Parole sue. Quello che è successo dopo mi è sembrato una specie di incubo. Mio marito, che non era mai stato geloso dei miei successi in azienda, ha cominciato a mettersi di traverso, e ogni occasione era buona per discutere. L’ufficio e i miei rapporti con i colleghi erano diventati la sua ossessione. Domande continue di cui non accettava le mie risposte. Il mio collaboratore si è sentito “accerchiato”, non ha capito i meccanismi di una rivalsa stupida contro di me, e ha preferito fare domanda presso un altro concessionario di stoffe. La “signorina” non si è resa conto della sua pochezza, e continua a comportarsi come la mia peggiore nemica. E io sento il bisogno irresistibile di mollare tutto e andarmene. Non si arriva a 44 anni con la fatica che ho fatto, da quando ero una ragazzina, per meritarmi un posto gratificante come il mio, per poi sottostare ai ricatti psicologici di una poveretta. Con il mio curriculum e la mia esperienza posso ancora trovare altro”. Certo, e lasci campo libero a lei? Ma sei matta? Forse stai attraversando un periodo di fragilità tua, che non c’entra niente con il lavoro. Ma a me sembra che tu stia facendo un incendio da un piccolo fuoco di cerino. Non è possibile che una donna giovane, intelligente e capace non sia in grado di mettere dei paletti fra se stessa e una persona disturbata. Perché è chiaro che la signorina in questione abbia necessità urgente di uno psicologo. E vogliamo parlare del tuo collaboratore, così intelligente e così bravo professionista, che lascia un’opportunità di lavoro come quella che gli era stata offerta, perché non è in grado di farsi scivolare addosso degli stupidi pettegolezzi? O non mi hai detto tutta la verità fino in fondo, o vivi in una realtà incapsulata, dove anche un “oh” prende la forza di una tempesta. Scusa, ma qualcosa, in tutta questa storia, non mi torna.

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